Come nasce un fondo di indennizzo? Forse dal senso di colpa, di una società, di uno Stato, di un Parlamento.
Quando fu istituito il Fondo per le vittime dei fallimenti immobiliari nel 2005 (art. 12 e successivi fino al 18 del dlgs. 122) le disposizioni normative escludevano esplicitamente l’intervento delle finanze dello Stato al suo finanziamento. Il Parlamento con le norme precedenti all’art. 12 aveva coperto il buco legislativo che permetteva il coinvolgimento, ingiusto, dell’acquirente nel fallimento dell’impresa costruttrice, istituendo una tutela chiara e di sistema. Chi però aveva subito il danno dell’annosa negligenza legislativa doveva essere risarcito. A farlo sarebbero state le imprese che, nella stipula delle fideiussioni, avrebbero provveduto a un “contributo obbligatorio” versato direttamente al fondo nella misura del 5 per mille delle quote assicurate. Questo blog testimonia dei lunghi anni di gestione e difficoltà del fondo. Ma a costo zero per le Stato e per il contribuente.
L’elusione della legge, terminata solo con il Dlgs governativo sul “nuovo codice sulla crisi d’impresa” del 12 gennaio 2019 artt. 385/386/387/388, ha consentito al Fondo un risarcimento che supera di poco il 26% del danno ammesso all’indennizzo.
Questa premessa per dire poche cose ma importantissime. Le quote che indennizzano i cittadini vittime della mancata tutela non sono soldi dello Stato. Non sono soldi, tanti o pochi, che pesano sulle tasche dei nostri concittadini. Ed è per questo che la gestione di questi soldi deve essere, se è possibile, ancora più rigorosa e attenta.
Sono passati tanti anni, quasi venti. Molti dei cosiddetti “aventi diritto al risarcimento” non ci sono più. Molte persone che ci hanno accompagnato in questa impresa civile le ricordiamo per la loro umanità. Quelli rimasti sono ogni anno sempre più curvi e a volte afoni, civilmente afoni. Le famiglie, in certi casi quello che ne rimane, perdono la memoria. Sono più preoccupate del presente e poco gradiscono l’ombra di un passato che pure ha condizionato l’esistenza di tanti, determinandone la vita, in molti casi rovinosamente. Più passano gli anni più aumenta il rischio di abbandonare la partita; di lasciare che la patina del tempo alla fine lenisca le ferite di quello che è stato. Ma la polvere della trascuratezza non guarisce alcunché, anzi, è come sale sulle ferite che non sono mai del tutto chiuse.
È per questo che chiediamo una gestione del Fondo rigorosa e, soprattutto, rispettosa dello sfondo e della storia che ha portato alla sua istituzione. Dal momento che non è un’elemosina, non è un obolo, e forse non è neppure un diritto, come spesso viene chiamato il vociare dei molti – a cui personalmente non credo – ma solo la memoria di un danno subito e la sua riparazione tardiva. Dignitosa e doverosa riparazione.